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Basta scorrere la filmografia di John Badham per rendersi conto del regista con cui si ha a che fare. Wargames – Giochi di guerra (1983), Corto circuito (1986), Due nel mirino (1991), Insieme per forza (1991) e Minuti contati (1995). Cosa aspettarsi quindi da Sorveglianza… speciale, se non un altro godibile film fine anni ’80, con sparatorie, azione e tanto humor?

Un’accoppiata di poliziotti, complice fin dall’inizio (variazione sullo stile 48 ore o Arma letale, per intenderci) ma che suscita subito simpatia, tra colleghi da sfottere, donzella da salvare, criminali da inseguire, ecc ecc. La parte “leggera” è bilanciata con qualche scena d’azione molto più seria, nel complesso è un buon mix.

Non è un capolavoro, non è cult, non arricchisce lo spirito, ma se adori il genere, non puoi non averlo visto. E dato che hai deciso di guardarlo, tanto vale cuccarsi il seguito, Occhio al testimone!

C’era una volta, nel 2001, L’animale morente, romanzo di Philip Roth; nel 2008 la regista spagnola Isabel Coixet si ritrova a dirigerne la trasposizione, con Ben Kingsley, Penélope Cruz e Dennis Hopper. La intitola Elegy: l’elegia è un tipo di poesia classica, malinconica, con dietro una sfilza di significati letterari che… beh, un titolo fascinoso, ci sta.

Nel 2009 arrivano quelli di 01 Distribution, ed ecco una fedele e top-secret ricostruzione dei fatti:

– Come lo traduciamo, il titolo di ‘sta lagna? – domanda il primo
– Mhhh… – risponde il secondo, che ha già visto il film.
– Non sai se è una lagna, o non sai come tradurlo? – incalza il primo.
– No, una lagna no… sì, in effetti lo è… Comunque, la fotografia è molto valida, è la recitazione che eccessivamente impostata e “teatrale”… Il film è incentrato su di un professore, il tempo per lui che passa, lo scoprirsi innamorato e geloso di una donna di trent’anni più giovane, il lasciarsela scappare, accorgersi che la sua solida indipendenza non gli è servita poi a molto, e poi la solita tragedia finale… – spiega infine.
– Ehi, ehi, aspetta: hai detto “professore”? – chiede un terzo, sbucato dal nulla. – Ma la tipa è poi mica una sua studentessa?
– Beh, sì – tenta di spiegare il secondo. – Lei è un’universitaria, frequenta le sue lezioni, e appena superato l’esame, credo a neanche cinque minuti dall’inizio, i due iniziano a frequentarsi e…
– “Lezioni” hai detto? Ce l’ho ragazzi, ce l’ho! “Lezioni d’amore“! Che ve ne pare?
– Ma veramente “Elegia”  era…
– Grazie, grazie, sei stato preziossimo! Ora scappo, ciao.

L’occasione di narrare le origini di un personaggio già noto è una grossa limitazione: tutti sanno già che fine farà il protagonista. Ma è anche una grossa opportunità: come insegna il buon Alfred Hicthcock, se ti mostro una pistola, prima o poi sparerà, e se ti accorgi della pistola, sarà una goduria attendere il colpo. È così per tutti gli eroi, dallo sfigato Peter Parker all’ossessionato Bruce Wayne. Ma con Jimmy Logan? (Jimmy?!?)

Wolverine è uno “dei buoni”, anche se fondamentalmente ci piace perché è un cinico figlio di puttana (cit.); questo però lo diventa solo dopo i tragici eventi della sua vita. Nel film, il vero Wolverine è presente infatti solo nella scena post-credits. Nel resto della pellicola è Clark Kent. Un uomo con superpoteri (mutante anziché alieno), combatte per gli USA (anche se uno è canadese e l’altro kryptoniano), i loro simili/parenti sono cattivi (Sabretooth, Bizzarro, …) e sono buoni/idioti, sempre pronti a fidarsi del tizio sbagliato (vedi quando segue Stryker…ma sei cretino??). E come se non bastasse, le tre spiritossaggini in croce che il buon Hugh pronuncia, eddiciamoselo, fanno pietà.

Non so quanto ci sia del vero Logan dei fumetti, ma il personaggio che appare nel film è piatto, molto meno interessante del suo io futuro, ma soprattutto non rispecchia le vicissitudini della sua esistenza, tipo:
– avere artigli letali
– perdere il padre
– scoprire che non era quello vero
– uccidere subito anche quello vero
– scoprire di avere un fratello (brutto e cattivo, peraltro)
– combattere decine di guerre
– veder morire amici e conoscenti
ecc… io sarei forse esploso al suo posto!

Questo, unito ad un azione continua, con un certo ritmo sì, ma con situazioni al limite della fisica (chi ha detto Die Hard 4?), mi fanno pensare ad un’occasione sprecata, un classico superhero movie commerciale, nulla più.

Mi spiace non essere un appassionato Marvel: mi sarebbe piaciuto poter cogliere ogni sfumatura e riferimento ai personaggi e alle saghe, quel pizzico di profondità che ci piace a noi fan accaniti.
Sono felice di non essere un appassionato Marvel: non sopporterei di vedere il mio eroe in una trasposizione così piatta.

Fuori menù vuol far ridere, e ci riesce.

Commedia stereotipata e prevedibile, inizia con un pessimo montaggio alternato (lui in cucina che si esalta per la possibile stella Michelin, la moglie e i figli nella stanza d’ospedale), e termina col il classico lieto fine, riconciliazione  e famiglia felice.

Il protagonista che cresce moralmente e responsibilmente, il sensibile che esce alla luce del sole, la passionale che ha valori, lo sballato che cerca di mostrarsi degno di fiducia… Personaggi ideal-tipici, e un sviluppo degli eventi un pò scontato, non sono assolutamente punti a sfavore di un film che, lo ripeto, svolge egregiamente il suo compito: senza grosse pretese, fa ridere e divertire. Buono.

A volte uno si chiede che cos’abbia in testa l’Academy. Vabbè che so’ ragazzi, ma ignorare completamente Gran Torino è una follia.

Se il giudizio su un film si basasse esclusivamente sulla trama, potrei forse capirlo; in effetti, il vecchio burbero che sotto sotto è un tenerone, e lo dimostra con gesto eroico, non è certo originalità allo stato puro.

Ciò che rende il film interessante è proprio la regia e gli attori: Eastwood ci regala un personaggio forte e carismatico, la cui storia è raccontata con verosimiglianza, fascino e un forte ritmo.

Un vecchietto nella periferia statunitense, vedovo, razzista e pure stronzo. Ma quando esci dalla sala, lo adori.

Disclaimer

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