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In originale The Little White Horse, poi il titolo diventa The Secrets of Moonacre, ed infine, in esclusiva per il popolo italiano, ecco il più brutto di tutti, Moonacre – I segreti dell’ultima luna… Ma perché sempre ‘sti sottotitoli?… vabbé, ci siamo abituati…

Sottovalutato tanto per cambiare; i media preferiscono pubblicizzare idiozie nostrane, pallosità intellettualoidi, o kolossal statunitensi, mentre il cinema per i più piccoli viene lasciato in secondo piano. Che per i giovani, il primo film resta impresso particamente per sempre, e sai la differenza tra un Chicken Little (BLEAH!) e un Ponyo sulla scogliera, o tra un Moonacre e un Estate ai Caraibi?

Finché le pellicole del Giffoni le proiettiamo due settimane all’anno come marchetta del festival, oppure quando ci sono buchi nel palinstesto, che razza di cultura cinematografica possiamo offrire ai ragazzi?

Comunque Moonacre è una fiaba per ragazzi (quindi, cari adulti, non rompete le balle e andatevi a vedere Terminator Salvation, grazie), ed è fatta pure bene. C’è l’ambientazione, un’atmosfera misteriosa e affascinante, dove il castello e  la foresta sono luoghi per antonomasia. La narrazione scorre non troppo veloce, ma permette di seguire senza perder pezzi. I toni sono sempre leggeri, con punte di divertimento (per me il cuoco era grottesco e fuori luogo, ma immagino che ad un bimbo possa risultare il personaggio preferito) e un attimo di paura: ho temuto per la sorte di Maria: il regista era lo stesso di Un ponte per Tarabothia! Ovviamente c’è un lieto fine, forse troppo repentino nei mutamenti degli atteggiamenti dei protagonisti, ma sì sa, è una favola, e non abbiamo otto ore a disposizione.

Soprattutto c’è la morale ed il fatto che, se all’inizio sembra essere Tim Curry il villain, piano piano ci si accorge che non è lui, bensì l’orgoglio e l’avidità dell’uomo, che mettono a rischio l’amicizia, l’amore, la serenità, e già che ci siamo, il mondo (perché non mi dite che se la luna si schianta sulla terra, è solo quella valle a risentirne!).

Nota di tristezza: purtroppo ci scommetto, sia il film che il libro di Elizabeth Goudge da cui è tratto, che verranno ricordati solo come “alcune delle fonti di Harry Potter”… magari ci sono abituati puro loro…

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C’era una volta, nel 2001, L’animale morente, romanzo di Philip Roth; nel 2008 la regista spagnola Isabel Coixet si ritrova a dirigerne la trasposizione, con Ben Kingsley, Penélope Cruz e Dennis Hopper. La intitola Elegy: l’elegia è un tipo di poesia classica, malinconica, con dietro una sfilza di significati letterari che… beh, un titolo fascinoso, ci sta.

Nel 2009 arrivano quelli di 01 Distribution, ed ecco una fedele e top-secret ricostruzione dei fatti:

– Come lo traduciamo, il titolo di ‘sta lagna? – domanda il primo
– Mhhh… – risponde il secondo, che ha già visto il film.
– Non sai se è una lagna, o non sai come tradurlo? – incalza il primo.
– No, una lagna no… sì, in effetti lo è… Comunque, la fotografia è molto valida, è la recitazione che eccessivamente impostata e “teatrale”… Il film è incentrato su di un professore, il tempo per lui che passa, lo scoprirsi innamorato e geloso di una donna di trent’anni più giovane, il lasciarsela scappare, accorgersi che la sua solida indipendenza non gli è servita poi a molto, e poi la solita tragedia finale… – spiega infine.
– Ehi, ehi, aspetta: hai detto “professore”? – chiede un terzo, sbucato dal nulla. – Ma la tipa è poi mica una sua studentessa?
– Beh, sì – tenta di spiegare il secondo. – Lei è un’universitaria, frequenta le sue lezioni, e appena superato l’esame, credo a neanche cinque minuti dall’inizio, i due iniziano a frequentarsi e…
– “Lezioni” hai detto? Ce l’ho ragazzi, ce l’ho! “Lezioni d’amore“! Che ve ne pare?
– Ma veramente “Elegia”  era…
– Grazie, grazie, sei stato preziossimo! Ora scappo, ciao.

L’occasione di narrare le origini di un personaggio già noto è una grossa limitazione: tutti sanno già che fine farà il protagonista. Ma è anche una grossa opportunità: come insegna il buon Alfred Hicthcock, se ti mostro una pistola, prima o poi sparerà, e se ti accorgi della pistola, sarà una goduria attendere il colpo. È così per tutti gli eroi, dallo sfigato Peter Parker all’ossessionato Bruce Wayne. Ma con Jimmy Logan? (Jimmy?!?)

Wolverine è uno “dei buoni”, anche se fondamentalmente ci piace perché è un cinico figlio di puttana (cit.); questo però lo diventa solo dopo i tragici eventi della sua vita. Nel film, il vero Wolverine è presente infatti solo nella scena post-credits. Nel resto della pellicola è Clark Kent. Un uomo con superpoteri (mutante anziché alieno), combatte per gli USA (anche se uno è canadese e l’altro kryptoniano), i loro simili/parenti sono cattivi (Sabretooth, Bizzarro, …) e sono buoni/idioti, sempre pronti a fidarsi del tizio sbagliato (vedi quando segue Stryker…ma sei cretino??). E come se non bastasse, le tre spiritossaggini in croce che il buon Hugh pronuncia, eddiciamoselo, fanno pietà.

Non so quanto ci sia del vero Logan dei fumetti, ma il personaggio che appare nel film è piatto, molto meno interessante del suo io futuro, ma soprattutto non rispecchia le vicissitudini della sua esistenza, tipo:
– avere artigli letali
– perdere il padre
– scoprire che non era quello vero
– uccidere subito anche quello vero
– scoprire di avere un fratello (brutto e cattivo, peraltro)
– combattere decine di guerre
– veder morire amici e conoscenti
ecc… io sarei forse esploso al suo posto!

Questo, unito ad un azione continua, con un certo ritmo sì, ma con situazioni al limite della fisica (chi ha detto Die Hard 4?), mi fanno pensare ad un’occasione sprecata, un classico superhero movie commerciale, nulla più.

Mi spiace non essere un appassionato Marvel: mi sarebbe piaciuto poter cogliere ogni sfumatura e riferimento ai personaggi e alle saghe, quel pizzico di profondità che ci piace a noi fan accaniti.
Sono felice di non essere un appassionato Marvel: non sopporterei di vedere il mio eroe in una trasposizione così piatta.

Who Watches the Watchmen? recita un graffito su un muro di New York, nel fumetto e nella campagna promozionale del film. La risposta è No one, a giudicare dagli allarmanti risultati dei box office statunitensi, dove Watchmen ha già perso il 60% nella seconda settimana di programmazione e un altro 60 nella terza (o qualcosa del genere, comunque, ha fatto schifo). Non sarà nè il primo né l’ultimo film che va male, e allora? Beh, allora potrebbe essere una piccolo sassolino che incrinerebbe la possibilità delle major di trarre, dai fumetti, film “seri”, per adulti. Niente più Cavaliere oscuro, insomma. No, tranquilli, Nolan è intoccabile dopo quello che ha fatto, ma Snyder?

Giochino: siete un regista con un budget milionario, e avete materiale per 5 ore di film. Tagliate qua, tagliate là. Poi avete un lampo di genio: dove non ce n’è bisogno, inserite una scena di sesso ridicola, qualche scazzottata con schizzi di sangue e ossa divelte, e brandelli di interiora che pendono dai soffitti. Così facendo, ricevete di sicuro il divieto ai minori di 17 anni (forse già nell’aria, ma quello è il colpo di grazia), e taglierete fuori una buona fetta di pubblico, magari quella che ti salva gli incassi.

Perché? Perché Zack?

Trasporre un opera in film è difficile, e con il fumetto di Alan Moore lo è ancora di più. La serie è divisa in dodici capitoli, con un ritmo proprio, significati propri, allegorie proprie. Ci sono evidenti trame, sottotrame e tematiche. Il tocco del regista è proprio quello di scegliere alcune di queste, e cambiarne il linguaggio (immagini dinamiche + musica). Per la musica non mi esprimo, si inizia alla grande con The Times They Are a-Changin di Bob Dylan, e si termina così, senza colpo ferire, con Desolation Row dei My Chemical Romance. Non hai quell’adrenalina del finale del Cavaliere oscuro (tanto per citarne uno a caso!).

Tanto di cappello al resto, naturalmente, a partire dalle caratterizzazioni dei personaggi, alla starordinaria somiglianza degli attori, e sopratutto i costumi appaiono moderni ma realistici (forse un po’ pacchiani, ma vabbé, sempre di supereroi si parla!). Ma un grosso difetto (oltre agli altri citati) ce l’ha: perchè  così tante parole? Riportare pedissequamente i dialoghi non serve a nulla, vedi la barzelletta di Pagliacci. Ma il punto debole è un’altro.

Concentriamoci sul cambiamento del finale. Niente alieno tentacolare? Ottima trovate, così tutto torna. Ma c’è una diferenza di fondo, l’umanità non è più contro una millenaria minaccia indefinibilie come la possibilità di extraterrestri minacciosi, ma un ex-scienziato onnipotente che (più o meno) conoscono. La civiltà resterà unita per non far arrabbiare Manhattan… sì, ok, ma non è questo lo spirito che corona “appieno” i gesti di Veidt, li corona “in parte”.

Intendiamoci, il film è sopra la media, ma niente capolavoro. Scorre bene, ed è comprensibile ai più, anche senza che si siano prima indottrinati col fumetto. Ed  è proprio all’opera originale, che si deve il successo, ma Snyder l’ha trasposta abbastanza fedelmente. In fondo, fino a ieri si riteneva Watchmen infilmabile. Se lo si avesse voluto riproporre tutto-tutto, sono d’accordo, ma Snyder le soluzioni le ha trovate, creando un buon mix che in fondo è fedele all’opera.

Ma tanto a Moore non piacerà, si sa.

Lo salviamo, o non lo salviamo, Ex?

E’ San Valentino, è una bella serata, si va al cinema in dolce compagnia. Vedi allora sei-sette storie di amori che finiscono, rinascono, si rafforzano. Un cast di attori che ti stanno più o meno simpatici, qualche battuta divertente, ridacchi, ti emozioni. nessuna pretesa, ma sì, dai, bravo Brizzi, e amen.

Se vuoi essere invece un po’ più obbiettivo, allora sottolinei che l’unica storia seria è quella con Bisio (romantica e commovente), mentre le altre sono spesso idea base + gag, ma in generale le trame sono abbozzate, non è che capiti chissà che, ed evolvono più o meno come ci aspetta.

Un po’ film televisivo, un po’ cinepanettone (o cinecocomero, o cinecuoricino, chissà se l’ho coniato per primo?) senza volgarità, un po’…un po’…ecco, un po’ poco.

E poi le storie finiscono irrealisticamente tutte bene. Tutte. T-U-T-T-E. Beh, è un film per San Valentino, cosa v’aspettavate?

Disclaimer

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