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Australia è un drammone d’altri tempi. E forse è proprio in altri tempi che avrebbe funzionato.

Visivamente, bei colori, begli scenari, bel digitale, belle riprese. Ti rendi conto dove è finito il budget da kolossal. Non certo negli attori, perché sono sagome stereotipate dei divi che furono, vedi il cattivo Wenham (il potere logora, neh Faramir?) , la protagonista Kidman (in quanto sei passata da snob a mandriana, otto secondi?) e Hugh “ho-solo-due-espressioni” Jackman (con la barba, senza la barba). Indovinate chi si salva? Ovvio, il ragazzino coi poteri ESP, Brandon Walters.

Ma concentriamoci sul focus dell’opera. In Australia ci sono due film: il primo diretto da Baz Luhrman, il secondo da Baz Luhrmann lobotomitizzato.

C’è un wester divertente, una commedia in mezzo al deserto,  quasi uno Scappo dalla città. All’ora e un quarto la storia è finita, ecco un finale da c’era una volta. Non granchè, ma potrebbe bastare. Poi eccolo. Il gemello cattivo di Baz prende controllo della troupe e dice: <<Siamo in Australia nel’40, tra poco i giapponesi ci attaccano, perché non far vedere i protagonisti alle prese con ‘sto disastro?>>. E nonostante le proteste (suppongo) di tutti, ecco un nuovo film. Triste e con la famiglia che si perde e poi si riunisce. E fino all’ultimo ti dici “Basta!”, “Ora ferma qua!”, “Ok, sto piangendo, è sufficiente adesso?!?”.

Grazie al cielo poi ti accontenta!

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