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In originale The Little White Horse, poi il titolo diventa The Secrets of Moonacre, ed infine, in esclusiva per il popolo italiano, ecco il più brutto di tutti, Moonacre – I segreti dell’ultima luna… Ma perché sempre ‘sti sottotitoli?… vabbé, ci siamo abituati…

Sottovalutato tanto per cambiare; i media preferiscono pubblicizzare idiozie nostrane, pallosità intellettualoidi, o kolossal statunitensi, mentre il cinema per i più piccoli viene lasciato in secondo piano. Che per i giovani, il primo film resta impresso particamente per sempre, e sai la differenza tra un Chicken Little (BLEAH!) e un Ponyo sulla scogliera, o tra un Moonacre e un Estate ai Caraibi?

Finché le pellicole del Giffoni le proiettiamo due settimane all’anno come marchetta del festival, oppure quando ci sono buchi nel palinstesto, che razza di cultura cinematografica possiamo offrire ai ragazzi?

Comunque Moonacre è una fiaba per ragazzi (quindi, cari adulti, non rompete le balle e andatevi a vedere Terminator Salvation, grazie), ed è fatta pure bene. C’è l’ambientazione, un’atmosfera misteriosa e affascinante, dove il castello e  la foresta sono luoghi per antonomasia. La narrazione scorre non troppo veloce, ma permette di seguire senza perder pezzi. I toni sono sempre leggeri, con punte di divertimento (per me il cuoco era grottesco e fuori luogo, ma immagino che ad un bimbo possa risultare il personaggio preferito) e un attimo di paura: ho temuto per la sorte di Maria: il regista era lo stesso di Un ponte per Tarabothia! Ovviamente c’è un lieto fine, forse troppo repentino nei mutamenti degli atteggiamenti dei protagonisti, ma sì sa, è una favola, e non abbiamo otto ore a disposizione.

Soprattutto c’è la morale ed il fatto che, se all’inizio sembra essere Tim Curry il villain, piano piano ci si accorge che non è lui, bensì l’orgoglio e l’avidità dell’uomo, che mettono a rischio l’amicizia, l’amore, la serenità, e già che ci siamo, il mondo (perché non mi dite che se la luna si schianta sulla terra, è solo quella valle a risentirne!).

Nota di tristezza: purtroppo ci scommetto, sia il film che il libro di Elizabeth Goudge da cui è tratto, che verranno ricordati solo come “alcune delle fonti di Harry Potter”… magari ci sono abituati puro loro…

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Tratto da una pièce teatrale, la vita nel college di Eton nell’Inghilterra di inizio secolo, in particolare l’omossessualità all’interno di una repressiva struttura scolastica, i piccoli giochi di potere, i compromessi, gli amori e le amicizie.

Gestito con una lentezza che (fortunatamente) non tocca la noia di tutte le traspozioni delle opere teatrali, è invece un dramma che subito suscita empatia per i protagonista, una vicenda delicata e toccante.

L’unica nota stonata è la cornice, il protagonista ormai anziano che ricorda e racconta le vicende: non aggiunge niente alla trama, anzi, fa tornare lo spettatore al rango di spettatore, quando invece, alla fine, avrebbe preferito continuare a partecipare appassionato alla storia.

A Baricco piace uscire dal “suo territorio”. Oltre ai romanzi infatti, ci prova con adattamenti dei classici (Omero, Iliade), opere teatrali (Novecento), trattati sociologici (I barbari), con l’insegnamento (la Scuola Holden) ed anche passando dietro la macchina da presa. Lezione 21 è un film, un documentario, una pièce, un’opera musicale, dagli effetti stranianti e surreali.

“Un gruppo di studenti che racconta la storia di un loro professore che per raccontare la sopravvalutazione della Nona Sinfonia racconta gli ultimi (folli) istanti di vita di un altro professore dell’Ottocento a cui, a sua volta, viene raccontata la vera storia di Beethoven”. Buffo, neh?

Ed altrettanto incasinato. A volte non si ha l’impressione di cogliere un disegno comune, piuttosto un accostamento, una costruzione comunque più letteraria che cinematografica, ma che su carta di certo non funzionerebbe altrattanto bene. Visivamente è ottimo, colorato, con belle immagini ed inquadrature che riflettono un’ottimo stile visivo; oltre ad un buon occhio, Baricco dimostra anche orecchio, con coerente scelta di brani, ed una buona sincronizzazione con le dinamiche delle scene.

Per lo spettatore è però una mezza fatica seguire lo svolgersi della vicenda. Finchè la si legge, si può anche tornare indietro e capire; ma se è un film, tocca aspettare la scena successiva per vedere dove cavolo il regista vuol andare a parare.

Dai, sette più di incoraggiamento, e non se ne parli più.

Quale può essere il target di Alla ricerca dell’isola di Nim? Per single? Per nerd? Per ragazzine? No, è per famiglie, partiamo da questo presupposto. E allora, che nessuno osi anche solo pensare di criticare questo film.

Visivamente è eccezionale, con effetti fumettosi e coloratissimi (es. i magnifici titoli di testa), e soprattutto ambienti paradisiaci. Per quanto riguarda la recitazione, è nella norma, con molta enfasi data dai media alla presenza di Jodie Foster in un film per ragazzi (mah, è un’attrice, mica vorrà sempre fare i thriller, no?). Idem per Gerard Butler, che per un attimo però si ricorda di essere Leonida, e urla al cielo incazzatissimo! La trama è un po’ prevedibile, ma risulta altrettanto godibile. E gli esilaranti dialoghi tra Alex Rover e Alexandra Rover funzionano benissimo.

Ma i sentimenti, signori miei, i sentimenti, dove li mettiamo?

Questa è una favola: è allegra, è divertente, e fa ridere; alla fine poi TAC, la morale, la salvaguardia della natura, il rapporto e la complicità con gli animali, il desiderio di amore e felicità, la vittoria sulle proprie paure…

Film per famiglie capolavoro al 100%. E per chiunque altro abbia voglia di sedersi sul divano.

Ah, la commedia inglese. La divertente commedia inglese. La brillante commedia inglese. La commedia inglese con quell’umorismo così… brit! Carino, leggero, consigliato. Amore e altri disastri uguale Love actually che si scontra con Fuori menù. E fortunatamente hanno preso il meglio dei due.

A parte Brittany Murphy, che interpreta una scema, ma così scema, che mi chiedo come il suo partner ci provi con lei. E con quale criterio poi il suo personaggio si sia quadagnato la locandina in solitaria, quando la vicenda, se non corale, ha almeno due protagonisti. Mah…

Complimenti poi al finale: si esigeva l’happy end, e meglio di così non si poteva. Approvato.

Disclaimer

Io non sono un giornalista (per ora!). Questo blog non è una testata giornalistica (ai sensi di nessunissima legge vigente). Le immagini qui riportate sono prese dalla versione in lingua inglese di Wikipedia (seguo anch'io la GNU Free Documentation License)