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Il quasi-mostro sacro Michael Caine e il sempre-astro-nascente Jude Law si scontrano nell’avvincente thriller Sleuth – Gli insospettabili, un meccanismo perfetto, dai dialoghi serrati e taglienti.

Quello che ho appena detto è però valido solo per la prima metà del film, il resto è decisamente sottotono. Si parte con due belle performance dei protagonisti, mai sopra le righe, poi si scala verso la perversione, il cliché, o semplicemente la mancanza di idee, chiamatela come vi pare.

Delusione infatti per l’ultimo possibile inganno: lo era oppure no? I titoli di coda non ce lo diranno mai… forse è magari un bene. Già il secondo non funziona tanto, ma questo è anche merito della non perfetto mascheramento vocale del doppiatore Niseem Onorato; l’aspetto del personaggio potrà anche essere efficace (e aiuta il fatto che Branagh non lo inquadri mai decentemente), ma la voce… Chissà com’era nell’originale.

Bisogna comunque dare atto a Branagh che mantenere un alto livello per più di un’ora di film, girato nello stesso ambiente e con gli stessi due personaggi non deve essere facile, ecco magari il perché di quelle particolari (azzardate?) riprese, inquadrature, ambientazioni e luci.

Nota all’improbabile e inutile sottotitolo italiano: ma insospettabili DE CHE?!?…

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Togliete la scodella di capelli che ha Javier Bardem, e metteteci una logora maschera da hockey. Oppure un volto ustionato. O qualunque altro instancabile e infallibile killer che vi venga in mente. Sarà la stessa, identica, cosa.

E infatti, con una misera borsa di bigliettoni (il più classico tra gli espedienti), ecco innescarsi un meccanismo sanguinario per cui è evidente come per i Cohen il male trionfi sul bene, e che la morte arriva quando meno te lo aspetti. A casaccio, anche.

Con la dovuta sospensione dell’incredulità, e quindi soprassendendo sul’invincibilità di Bardem, l’idiozia di Brolin, l’incapacità di agire di tutte le forze di polizia, il film lo si apprezza eccome. Non è un paese per vecchi il bel filmone da Oscar che ci si aspetta? Proprio da Oscar non saprei (si sa, le nomination piovono un po’ così…), ma un film godibilissimo, un thriller classico, un intreccio di eventi che culminano con le considerazioni finali di un sempre in forma Tommy Lee Jones.

E che nessuno lo sfotta perché apparentemente somiglia al cowboy de Le tre sepolture, grazie.

Un killer che tiene in scacco gli Stati Uniti per trent’anni, personaggi che sacificano tutto per incastarare ‘sto stronz… , musica anni settanta, e probabilmente tra le migliori regie di Fincher. Ecco, questo è Zodiac.

Un thriller ricco di dialoghi, situazioni, personaggi, e soprattutto di sequenze notevoli (vedi l’assasinio della coppia sul lago). Poi il tutto scema leggermente, vuoi per l’uscita di scena di Robert Downey Jr. (sballato come l’attore, a dir la verità), vuoi perché inizi a subodorare che il mostro non lo beccano, vuoi per gli sbuffi dopo aver visto la lancetta dell’orologio fare il secondo giro…

Meglio la prima parte della seconda, macomunque sonori complimenti a Gyllenhaal, Downey Jr., Ruffalo, e al dottor Greene coi capell…ehm, Anthony Edwards…

La promessa dell’assassino è duro da digerire. Ti lascia addosso un senso di angoscia, di schifo e di impotenza.

Naomi Watts ricerca i parenti a cui affidare la figlia di una quattordicenne morta, probabilmente invischiata in prostutizione e mafia russa. Certo che quando vedi in che schifo di situazione si potrebbe cacciare, devi iniziare a domandarti se è il caso di proseguire o meno, per il bene della piccola dico.

La trama è sostanzialmente quella, ed il tempo e le situazioni sono realistiche. Il pestaggio nella doccia è crudo, e non ci sono le scazzottate hollywoodiane. Ecco, se nella realtà mi trovassi in una doccia e cercassi di seccare uno come Nicolai, le prenderei esattamente nella stessa maniera!

E se nella memoria collettiva rimarrà la scena cult col corpo tatuato di Mortensen, forse è più indicata quella in cui lui siede al tavolo del ristorante. Potente, ma solo. Emblema di un noir che non parla solo di omicidi e intrecci, insomma.

Oh, naturalmente si parla di Eastern Promises, le promesse da marinaio fatte alle ragazze dell’est: di assassini il film è pieno, ma nessuno che prometta nulla. Ah, potenza dei distributori italiani…

Il primo quarto d’ora di Come d’incanto è Disney allo stato puro: tutti i classici clichè sapientemente proposti, e c’è da dire che gli animali suscitano tenerezza e simpatia esattamente come la suscitavano quelli di Biancaneve o Bambi.

Poi l’incanto finisce, e ci ritroviamo con una “solita”commedia sentimentale che però si fa furba, puntando principalmente sul riprodurre quelle situazioni che nei cartoni funzionano (e nella realtà risultano demenziali): la pulizia della casa affidata alla fauna di New York e sopratutto la canzone al parco, con le coloratissime coreografie.

A un certo punto ti chiedi come mai i due s’innamorino, ma subito ti ricordi che è appunto un film romantico e dici vabbè, era scritto, lo prendo per buono. E di cosa dovrebbero innamorarsi? Del fatto che lei è ingenua ai limiti-dell’-idiotezza? Dell’unica espressione di Dempsey? Mah..

<<Lo sposi? Ma se lo conosci da un giorno!>> direi che racchiude il succo di questo scontro tra realtà e animazione. Eppoi, vedere finalmente una principessa che s’arrabbia…

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