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Un killer che tiene in scacco gli Stati Uniti per trent’anni, personaggi che sacificano tutto per incastarare ‘sto stronz… , musica anni settanta, e probabilmente tra le migliori regie di Fincher. Ecco, questo è Zodiac.

Un thriller ricco di dialoghi, situazioni, personaggi, e soprattutto di sequenze notevoli (vedi l’assasinio della coppia sul lago). Poi il tutto scema leggermente, vuoi per l’uscita di scena di Robert Downey Jr. (sballato come l’attore, a dir la verità), vuoi perché inizi a subodorare che il mostro non lo beccano, vuoi per gli sbuffi dopo aver visto la lancetta dell’orologio fare il secondo giro…

Meglio la prima parte della seconda, macomunque sonori complimenti a Gyllenhaal, Downey Jr., Ruffalo, e al dottor Greene coi capell…ehm, Anthony Edwards…

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Nel mondo moderno ciò che più conta sono le storie, le narrazioni; in Mad City queste sono manipolate e create ad hoc dai media.

Il reporter esiliato Max Brackett si trova al posto giusto e nel momento giusto per creare una grande storia, narrando le gesta di un sequestratore con un anima, Sam Baily. Ma i grandi network sono pronti ad estremizzare lo sforzo di Brackett, mediatizzandolo ancor di più, fino all’exploit finale.

Invisibile John Travolta, poteva essere chiunque altro, mentre mi chiedo quanto del carisma del giornalista Dustin Hoffman sia da imputare alla voce di Ferruccio Amendola.

Solita critica ai mass media? Certo che sì, fatta però con tutti i crismi e le dinamiche corrette, in un ritmo perfetto, raggiungnengo un ottimo e onesto risultato.

La triste denuncia arriva sul finale, in un’invettiva lanciata dall’incredulo (e ravveduto?) Brackett. Quindi la frecciatina: facile ritrattare quando te le prendi in quel posto, vero Max?

Lo salviamo, o non lo salviamo, Ex?

E’ San Valentino, è una bella serata, si va al cinema in dolce compagnia. Vedi allora sei-sette storie di amori che finiscono, rinascono, si rafforzano. Un cast di attori che ti stanno più o meno simpatici, qualche battuta divertente, ridacchi, ti emozioni. nessuna pretesa, ma sì, dai, bravo Brizzi, e amen.

Se vuoi essere invece un po’ più obbiettivo, allora sottolinei che l’unica storia seria è quella con Bisio (romantica e commovente), mentre le altre sono spesso idea base + gag, ma in generale le trame sono abbozzate, non è che capiti chissà che, ed evolvono più o meno come ci aspetta.

Un po’ film televisivo, un po’ cinepanettone (o cinecocomero, o cinecuoricino, chissà se l’ho coniato per primo?) senza volgarità, un po’…un po’…ecco, un po’ poco.

E poi le storie finiscono irrealisticamente tutte bene. Tutte. T-U-T-T-E. Beh, è un film per San Valentino, cosa v’aspettavate?

Adoro la letteratura per ragazzi, e di conseguenza spero sempre in adattamenti per lo meno non-indecenti, che ti facciano venire voglia di approfondire il discorso, magari leggendo il libro originale. Ember ci è riuscito.

Non è La bussola d’oro, non è neanche Harry Potter, però Jeanne Duprau scrive una storia cupa ma altrettanto forte, e Gil Kenan la traduce in una città che ricorda Midgar di Final Fantasy VII, o l’incubo di Waterworld. Cos’è successo alla civiltà umana per nascondersi laggiù? Perchè ci sono insetti e animali così grossi? Com’è la vita sotterranea di quella povera gente? Chi sono i protagonisti, da dove vengono, cosa faranno una volta fuori?

A tutte le domande qua sopra non viene data una risposta precisa (perfetto..), la trama è in generale un susseguirsi di eventi e di scene che rendono bene lo sviluppo dell’intreccio e la fuga dei protagonisti. Godibile, accattivante, sì, mi è piaciuto.

Un apprezzamento infine al ruolo del padre Tim Robbins, decisamente meno a quello del sindaco Bill Murray (che però si agita un po’ di più del solito, almeno), e dico, alla ragazzina, ma comecavolofai a fidarti di uno con la faccia di Toby Jones?!?

Piesse: spesi 55 milioni di dollari, incassati 17. Non ci sarà nessun sequel, non avrò alcuna risposta alla mie curiosità. Facciamo finta che sia una sottile tecnica di marketing per far andare a comprare il libro, và…

Problematico e rude lui, problematica ed estroversa lei. Nell’arco di una giornata si conoscono, si odiano e poi si amano. Il tutto raccontato con due soli protagonisti, in due sole location (aereoporto e albergo). Unico dubbio è se il film finirà con loro due assieme, o con loro due che si lasciano per le rispettive destinazioni/vite.

Nonostante paia poco emozionante, invece ci si appassiona volentieri all’incontro e ai dialoghi fra Jean Reno e  Juliette Binoche; la (scarsa) durata del film scivola via leggera, è ti resta un “sì, carino” sulle labbra.

(Premesso: c’è un “ma”, e arriva neanche troppo lontano)

Mamma mia! è un film allegro e divertente, condito da ottima musica e personaggi simpatici e carismatici.

Ma: è esattamente ciò che vedi nel trailer, la commedia che ti aspetti, non ci sono sorprese. La regista traspone fedelmente il musical in film e non osa più di tanto, o meglio, osa una sola volta, sul kitsch finale di Waterloo. Per il resto piatto, banale e prevedibile. Con anche un paio di canzoni che esulano dalla trama principale e non portano a nulla (sottotrame N.P.), messe lì giusto per far ascoltare la canzone e far agitare i protagonisti. E Pierce Brosnan poi… oh, Pierce… proprio non ce la faccio a definirti una buona ugola…

Perfetto per una seratina tra amici insomma: patatine e chiacchiere sul divano davanti allo schermo.

Che perfetto biopic! Che bel personaggio! Sean Penn è profondo, ed il film ruota tutto attorno a lui.

Grande storia di emancipazione e di guadagno di diritti civili per gli omossessuali, grande protagonista, grande cast di contorno. Grande. Eccezionale non so, ma grande di sicuro.

Storia veritiera? Boh… Si sa, Milk è la classica biografia made in hollywood. Detto tutto, quindi.

Naturalmente la sfuriata di Christian Bale non poteva sfuggire ai mass media. Come avvoltoi, titoli tipo “dà di matto”, ecc. , naturalmente.

Certo che è stata una bella incazzatura, ma lo capisco: per un attore che si immedesima fino alla follia nel personaggio, essere interrotto durante una scena (peraltro, si dice fosse la scena più emotiva di tutto il film) non dev’essere piacevole. Poi magari aveva già la testa altrove perché in quelle settimane era stato denunciato per le presunte (e tali rimaste) percosse ai familiari. Insomma: sì, è una bella incazzatura e merita di essere ripresa e dileggiata, ma da lì a dire che è fuori di testa ce ne passa. Pare poi che si sia trattato di un singolo episodio, per il resto le riprese e i rapporti con la troupe sono filati lisci.

Io comunque aspetto che qualcuno colleghi questo “caratteraccio” di Bale alla morte di Ledger. A quando?

Domanda: non pensavo che anche i gallessi fossero così abbondanti nel pronunciare un f**k ogni mezza parola… altro che <<Balbettante Bambocciona Banda di Babbuini>>!

Dov’ è il problema di Operazione Valchiria? Ditemi, voi che il film l’avete visto: vi siete appassionati al guercio Cruise? Anche solo per un momento?

Io no. Avrei voluto “vivere” il colpo di stato con lui ed i suoi uomini, è questo lo scopo di ogni film, credo. Ma sullo schermo passava più l’emozione del centralinista-quasi-ribelle, che quella delle azioni della resistenza.

Un punto a favore di Singer: è veramente dura, immagino, fare un film del quale tutti sanno già il finale. Anche se, onor del vero, c’è sempre qualcuno che vuol sapere se Hitler morirà davvero, se il Titanic affonderà sul serio, e se Cristo verrà crocefisso o meno.

A noi umani è però concesso il non-sapere come e quando l’attentato fallirà, e che fine farà Stauffemberg e soci. Quindi l’idea di girare un thriller è perfetta, e il regista dimostra di saper creare tensione a manetta, vedi già solo l’attentato aereo mancato all’inizio, o la trovata di non far vedere più il Fuhrer dopo l’esplosione. Ah, notevole anche la fedele ricostruzione della Germania nazista.

Oltre a queste qualità però, nulla più.

Over the Rainbow è una canzone eccezionale. Me l’ha fatte venire in mente Australia, dove ricorre al pari del tema principale. Bella l’orginale di Judy Garland, ma bella anche la versione che Brandon Walter suona con la fisarmonica.

L’interpretazione che preferisco è quella del cantante hawaiano Israel Kamakawiwo’ole, ripresa in una marea di serie televisive (E.R. – Medici in prima linea e Scrubs) e film (Vi presento Joe Black, Scoprendo Forrester e 50 volte il primo bacio).

Revolutionary Road è una solida analisi di una crisi coniugale. Solido nella ricostruzione degli ambienti e dei costumi degli anni ’50, solido negli interpreti, solido nel raccontare conformismo e desideri irrealizzati. Come non essere quasi complici nella sequenza al rientro in casa dei vicini, dopo aver raccontato loro i progetti europei, quando i due ridono dicendo <<Hai visto che facce!!>>?

Le interpretazioni degli attori sono state ultra celebrate. Se lo meritano? Beh, sì, cavolo. Al massimo si può discutere sui personaggi: Kate Winslet è insoddisfatta, cosa spera di trovare a Parigi, “l’America” (scusate il gioco di parole)? Si può pensare che il problema non sia solo quello, come poi dimostra quando dice dello “sbaglio” del primo figlio. DiCaprio, con quella faccia da immaturo che ti ritrovi, il tuo personaggio non poteva semplicemente dire che si accontentava del “vuoto disperato”, e che gli andava bene il sorrisetto e il benpensare di tutti? Perché prima è felice di andarsene, e poi ci ripensa? Ed infine Shannon, al quale Mendes (o Yates, l’autore del romanzo) decide di affidare “la voce della verità”, un po’ artificioso, insomma.

Nel complesso, una spanna sopra molti altri drammi visti al cinema, di sicuro, ed obiettivamente la Winslet giganteggia (a 33 anni ha già mille nomination algli Oscar, incredibile!). Io frequento poco questo genere, quindi mi fermo qui nei complimenti.

Deja-vu: <<E così adesso mamma è papà prendono una nave e attraversano l’oceano>>… Mhh… brivido!

Australia è un drammone d’altri tempi. E forse è proprio in altri tempi che avrebbe funzionato.

Visivamente, bei colori, begli scenari, bel digitale, belle riprese. Ti rendi conto dove è finito il budget da kolossal. Non certo negli attori, perché sono sagome stereotipate dei divi che furono, vedi il cattivo Wenham (il potere logora, neh Faramir?) , la protagonista Kidman (in quanto sei passata da snob a mandriana, otto secondi?) e Hugh “ho-solo-due-espressioni” Jackman (con la barba, senza la barba). Indovinate chi si salva? Ovvio, il ragazzino coi poteri ESP, Brandon Walters.

Ma concentriamoci sul focus dell’opera. In Australia ci sono due film: il primo diretto da Baz Luhrman, il secondo da Baz Luhrmann lobotomitizzato.

C’è un wester divertente, una commedia in mezzo al deserto,  quasi uno Scappo dalla città. All’ora e un quarto la storia è finita, ecco un finale da c’era una volta. Non granchè, ma potrebbe bastare. Poi eccolo. Il gemello cattivo di Baz prende controllo della troupe e dice: <<Siamo in Australia nel’40, tra poco i giapponesi ci attaccano, perché non far vedere i protagonisti alle prese con ‘sto disastro?>>. E nonostante le proteste (suppongo) di tutti, ecco un nuovo film. Triste e con la famiglia che si perde e poi si riunisce. E fino all’ultimo ti dici “Basta!”, “Ora ferma qua!”, “Ok, sto piangendo, è sufficiente adesso?!?”.

Grazie al cielo poi ti accontenta!

Disclaimer

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