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Appaloosa è un gran wester moderno. Western, perché riprende tutti gli elementi classici del genere (i pistoleri alla Clint Eastwood, il prigioniero da scortare, l’assalto al treno, il duello, ecc..), e moderno, perché aggiunge maggior profondità, realismo e anche riflessione.

Due uomini votati l’un l’altro? Sì, ma uno vede una donna, s’innamora, e vuole stare con lei nonostante tutto; l’altro se ne andrà, perché vede che dovrà proseguire nella vita senza il proprio compagno. Possono andare avanti tutto il film a fare i duri? No, fanno anche un pochetto gli stronzi, le battute sono taglienti e divertenti. Il cattivo che ha una nuova chance, fa ancora il cretino? No, si redime leggermente, e fa affari più onesti. Sì, insomma, è bello vedere personaggi non prigionieri di un qualche cavolo di ideale per tappare i buchi di sceneggiatura: coerenti e coi piedi per terra.

Renée Zellweger con due guance da spararle, un personaggio che ho trovato un po’ viscido… Jeremy Irons ha la faccia da spregiudicato cattivo, mentre i maturi Ed Harris e Viggo Mortensen sono molto convincenti nell’essere quei silenziosi “portatori di pace”.

Una pellicola che parte decisamente bene, ma ha venti minuti di troppo: troppo lunghi, troppo lenti, troppa noia.

Peccato, però se potessi lo riguarderei ancora.

Ma solo il primo tempo.

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Il prigioniero di Azkaban è un capolavoro. Punto.  Il resto qua sotto potete anche saltarlo, sono solo complimenti.

Premessa fondamentale: molte cose non sono per niente fedeli al libro, anzi. Ma Cuarón ci mette del suo, eccome!

<<Ancora una volta la tua mente brillante si è applicata e sei giunto alla soluzione sbagliata>> La sequenza alla stamberga strillante è una splendida prova di recitazione collettiva: ti senti parte della narrazione, battute stringenti e perfette, un ritmo serrato e accattivante, per non parlare dell’ambientazione dark: questa sì che è una svolta! Se prima Columbus aveva dato un’impronta più di “kolossal per bambini e ragazzi”, in questo capitolo tutto è più cupo e maturo; Onor del vero, il buon Colombus si era proprio dovuto inventare l’intero universo potteriano, ma il talentuoso regista messicano ha saputo ampliarlo e valorizzarlo. La magia non porta solo colore e allegria, ma inganni, menzogne e morte. Inoltre, se saltiamo direttamente la ciofeca di Newell (Il calice di fuoco-libro è magnifico, il film è una porcheria), notiamo come Yates ne segua perfettamente l’insegnamento di “oscurità”. Cuarón dona alla narrazione profondità e maturità, grazie ai paesaggi, alle musiche e a geniali effetti di ripresa (lo specchio del molliccio in ufficio da Lupin, gli ingranaggi dell’orologio di Hogwarts, ecc.) . E poi fa ridere. Ma sopratutto, fa paura.

Ed infine l’intreccio è un meccanismo perfetto, dove (e io lo adoro) ogni elemento e ogni situazione ha un senso ed una precisa posizione. Ancora non capisco come tutti i primi quattro episodi possano essere opera dello stesso sceneggiatore, Steven Kloves. Carino, carino, meraviglioso e schifoso, ecco il bilancio. Poi ha saltato L’ordine della fenice (meno male, perché era un’episodio eccezionale anche quello) e a luglio ce lo ritroviamo con Il principe mezzosangue. Speriamo bene, ecco.

Shark è decisamente appassionante, soprattutto per via del carisma del suo protagonista. Fino a ieri avvocato difensore senza coscienza, ma poi la svolta, passa dal lato della procura, e si avventa sui cattivoni…ossia gli ex clienti!

Da notare come presenti tutta la fallacia del sistema giudiziario statunitense, in cui vi è sempre una gabola burocratica che rende le prove inammissibili al processo: l’hai arrestato ma non gli hai letto i diritti, gli hai trovato in casa l’arma del delitto ma non avevi il mandato di perquisizione, la testimone che inchioda l’assassino non è stata completamente controinterrogata, ecc. Hai sempre la prova lampante di un reato, ma ZAC!, per un qualche genere di cavillo ti viene sempre tolta. E quindi è una lotta contro il tempo per trovare sempre una nuova prova, preparare una nuova trappola, o chiedere a Shark di salvarti il c…o. E lui naturalmente lo fa, e con stile.

Godibilissima serie comunque.

Nota dolente per l’Italia: il telefilm è sbarcato su Rete 4 qualche mese fa, e indovinate dove l’hanno messo?
– Han fatto una bella serata legal a metà settimana?
– Ma va là! Il sabato sera alle 21e30. Il momento più fuffa possibile.
– Vabbè, me li registro, i 22 episodi della serie.
– Ah Ah! 22! Ne han fatti vedere solo diciassette.
– E gli altri scusa? Mi devo comprare Mediaset premium?
– Magari sì, boh…Però guarda che ad oggi non lo hanno ancora fatto, se t’interessava sapere come andava avanti tieniti la curiosità. O se preferisci, guardateli in inglese.
– Quasi quasi.

Ma noi telespettatori abbiamo fatto qualcosa di male a Mediset per ricevere simili trattamenti? Poi si domandano il perchè del calo dei telespettatori.

Aggiornamento: scopro ora che gli episodi andati in onda in Italia sono “ben” diciannove. Ah, naturalmente il 19 andava messo in onda prima del 18, ma tant’è….

RKO 281 è il titolo di produzione dato al rivoluzionario Quarto potere, in originale Citizen Kane. Ed in effetti è con quel nome che il capolavoro di Wells restava di rimanere in soffitta. Da una parte l’appassionante storia di Kane, dall’altra quella del magnate dell’informazione Hearst, che cercò di ostacolare in tutti i modi l’uscita del film di Welles. Fortunatamente per noi non ce la fece, ed ecco che questa pellicola ci raccontè come andò.

Sebbene con una regia nella norma (è infatti un film televisivo prodotta da HBO), la storia si fa seguire molto volentieri, grazie soprattutto all’azzecato casting di John Malkovich, James Cromwell (cavolo, è ovunque!), Roy Scheider,  Melanie Griffith, e naturalmente Liev Schreiber: nonostante qualche chilo in meno del vero Wells, appare abbastanza sonigliante al Kane cinematografico.

Certo, io però ce l’ho ancora davanti agli occhi con la parrucca in Agenzia salvagente…!

Mixed Nuts, titolo originale di Agenzia Salvagente, si riferisce ad  un cibo americano composto da vari tipi di noccioline, ed effettivamente anche il film è un variegato di personaggi che amalgamati tra loro offrono come risultato una commedia leggera leggera, e tutto sommato divertente.

L’ambientazione è il Natale statunitense (niente neve quindi), dove Steve Martin (con i capelli castano-chiari!!) e la sua agenzia tipo TelefonoAmico vengono sfrattati, lui non lo dice alle sue due dipendenti, una delle quali ha come amica la sciatta Juliette Lewis, che ha un ragazzo che ecc ecc…, e via così.

Notevole la colonna sonora, tutte canzoni natalizie rivisitate, e un po’ meno il sottofondo che a volte cerca di impostare il ritmo della narrazione (musica rapida per dare velocità alla scena, quando però la scena è palesemente lenta). La regista è la sceneggiatrice di Harry ti presento Sally, e quindi si riconosce una mano ottima per la commedia, e un nulla di eccezionale per la regia (IMHO sempre meglio così, piuttosto che esagerare e far porcherie).

Un’ultimo occhio su alcuni attori presenti come i giovani Liev Shreiber (a breve sarà il cattivo di Wolverine Origins, o uno dei tre fratelli di Defiance – I giorni del coraggio), in vesti…ehm, inusuali, e Adam Sandler, un po’ cretino a dir la verità. Anche il regista Rob Reiner (Harry ti presento Sally, La storia fantastica), Anthony LaPaglia (la serie tv Senza traccia) e Madeline Kahn (Frankenstein Junior) poi sono facce che ti dici <<Ma dov’è che l’avevo già visto questo??>>.

Sette più, dai.

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Mummy:_Tomb_of_the_Dragon_Emperor#ReferencesVolete una serata di divertimento? volete guardare un film con belle battute, belle azioni e una buona dose di effetti speciali? E allora guardate il primo La Mummia, quello del 1999 diretto da Stephen Sommers. L’avete già visto? Allora saltate direttamente a questo terzo capitolo. La mummia 2 era inferiore all’originale, e Il re scorpione… facciamo finta che non sia mai stato creato, ok?

Da notare come La tomba dell’imperatore dragone sia però una fotocopia di Tomb Raider II (il videogame, pugnale-muraglia-casaingleseconmaggiordomotralepalle-ecc…), reso però con piglio cinematografico.

Detta in soldoni, se volete passare un paio d’ore in compagnia del carisma di Brendan Fraser, dello stralunato John Hannah, di azione e di qualche risata, guardatevi ‘sta Mummia 3; unica avvertenza, chiudere gli occhi su Maria Bello (è solo l’ombra del personaggio della Weisz), sul figlio (…mmh…insulso?) e sui cattivi (ma perché l’imperatore dev’essere sempre un perfido idiota? Perché il generale deve aiutare l’idiota? E perché l’aiuto del generale deve aiutare l’idiota che aiuta l’idiota?).

Comunque, un’ottimo film d’intrattenimento.

E dopo il W. di lunedì, martedì vi siete sintonizzati sull’insediamento di Obama? Bel discorso, concetti generali sui quali non potevi che essere d’accordo, e poi lui, il presidente che insieme a noi può, che rappresenta… ecco, l’ha subito notato Cristiano Valli, sembra di essere in quei film catastrofici in cui l’umanità ha appena scongiurato un’uragano provocato da un terremoto giunto sulla Terra dentro un meteorite, ed adesso ha la possibilità di ricominciare.

Ah, in questo tipo di film c’è sempre un presidente di colore (tendenzialmente Morgan Freeman)…quindi…

Chissà!

Anch’io come qualche altro milione di italiani, ieri sera ero davanti alla tv a gustarmi il ritratto dell’uomo più potente del mondo. Fortunatamente ora Dabeliù non è più quell’uomo, e con questo W. comprendiamo come non sia ancora giunto il momento in cui verrà “rivalutato” dai media. E chissà se mai arriverà, peraltro.

Quelle che Stone ci offre sono ovvie semplificazioni della realtà (Bush junior idiota superficiale, Bush senior saggio, Powell il buono, Cheeney il cattivo), ed effettivamente ci troviamo di fronte un buono, un uomo che si crede dalla parte del bene. Solo che nella scena in cui Cheeney mostra il nuovo ordine mondiale fondato sull’appropriarsi del petrolio, che somiglia tanto all’impero intergalattico di Palpatine, il “buon” Bush Vader capisce perfettamente i concetti, quindi così buono non è. Libertà e democrazia sono sì ideali a cui mirare, ma soprattutto parole da dare in pasto al pubblico.

Grazie ai media, tutti noi abbiamo una vaga idea di quale persona sia l’ex-presidente, ma questo ritratto gli dona molta umanità, senza però giustificarlo troppo. L’operato della sua amministrazione è sotto gli occhi di tutti, e comunque sia lui ne è il responsabile. O come si è compreso, quelli che stanno dietro di lui.

A History of Violence è esattamente cioè che propone con il suo titolo: una storia di violenza. Non solo story però, ma direttamente history, cioè impermeata nella società. Violenza nei sicari, violenza a scuola, e violenza nel sesso.

La cosa terribile è che nel film il momento in cui funziona meno è proprio il “violento” (con le virgolette) finale: ai limiti del ridicolo, e con le frasi di Hurt che non levano comunque la situazione dall’impiccio (ma battute simili funzionano eccome in In Bruges, tanto per citare l’ultimo).

La figura carismatica di Ed Harris (che attendo di vedere con l’eccezionale Viggo in Appaloosa, ma per ora i film di provincia lo evitano a favore di Beverly Hills Chiuhauha, bleah) muore subito. Pensavo fosse l’antagonista con quale duellare a morte, e invece subito, PAM! Allora spero che l’ambiguità sul passato di Tom/Joey prosegua ancora un po’, ma invece no, due secondi dopo confessa tutto.

E ora che si fa? Si attende. Che Joey ammazzi i cattivi, e che la moglie e la famiglia accettino il nuovo Tom.

Per la cronaca, ora che l’ho visto ho capito come mai in La promessa dell’assassino c’erano così poche sparatorie… Cronenberg aveva finito i proiettili!

La promessa dell’assassino è duro da digerire. Ti lascia addosso un senso di angoscia, di schifo e di impotenza.

Naomi Watts ricerca i parenti a cui affidare la figlia di una quattordicenne morta, probabilmente invischiata in prostutizione e mafia russa. Certo che quando vedi in che schifo di situazione si potrebbe cacciare, devi iniziare a domandarti se è il caso di proseguire o meno, per il bene della piccola dico.

La trama è sostanzialmente quella, ed il tempo e le situazioni sono realistiche. Il pestaggio nella doccia è crudo, e non ci sono le scazzottate hollywoodiane. Ecco, se nella realtà mi trovassi in una doccia e cercassi di seccare uno come Nicolai, le prenderei esattamente nella stessa maniera!

E se nella memoria collettiva rimarrà la scena cult col corpo tatuato di Mortensen, forse è più indicata quella in cui lui siede al tavolo del ristorante. Potente, ma solo. Emblema di un noir che non parla solo di omicidi e intrecci, insomma.

Oh, naturalmente si parla di Eastern Promises, le promesse da marinaio fatte alle ragazze dell’est: di assassini il film è pieno, ma nessuno che prometta nulla. Ah, potenza dei distributori italiani…

In Bruges. Tra i film più consigliati dell’anno. Un sicuro cult. E’ persin difficile parlarne senza rovinarne la bellezza (ma qui va a gusti!) ed evitare spoiler che ne comprometterebbero la visione!

Dialoghi e battibecchi eccezionali, scene dotate di ritmo, musiche tristi e d’atmosfera al punto giusto, e un finale che ti piomba addosso, per il quale speri in un ulteriore trovata geniale: forse eri stato abituato troppo bene… dai! Ancora una!

Naturalmente, è passato in sordina. Ma sì, continuiamo piuttosto a parlare di Sette anime all’infinito. Qua sì, che c’è La coscienza dell’assassino del sottotitolo italiano (quagliante, per una volta). Un ottimo equilibrio infatti tra la malinconia della situazione generale, e il tono dei dialoghi e dei singoli episodi esilaranti e al limite del grottesco.

I personaggi dei killer protagonisti sono strepitosi; non stereotipati in rudezza e maniere brusche, ma forse al contrario, modi eleganti, pronti alla dialettica, e sopratutto di saldi principi (tanto per farne una citazione).

E ora chiudo, che se no finisce che svelo tutto!

Il primo quarto d’ora di Come d’incanto è Disney allo stato puro: tutti i classici clichè sapientemente proposti, e c’è da dire che gli animali suscitano tenerezza e simpatia esattamente come la suscitavano quelli di Biancaneve o Bambi.

Poi l’incanto finisce, e ci ritroviamo con una “solita”commedia sentimentale che però si fa furba, puntando principalmente sul riprodurre quelle situazioni che nei cartoni funzionano (e nella realtà risultano demenziali): la pulizia della casa affidata alla fauna di New York e sopratutto la canzone al parco, con le coloratissime coreografie.

A un certo punto ti chiedi come mai i due s’innamorino, ma subito ti ricordi che è appunto un film romantico e dici vabbè, era scritto, lo prendo per buono. E di cosa dovrebbero innamorarsi? Del fatto che lei è ingenua ai limiti-dell’-idiotezza? Dell’unica espressione di Dempsey? Mah..

<<Lo sposi? Ma se lo conosci da un giorno!>> direi che racchiude il succo di questo scontro tra realtà e animazione. Eppoi, vedere finalmente una principessa che s’arrabbia…

Disclaimer

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