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Appaloosa è un gran wester moderno. Western, perché riprende tutti gli elementi classici del genere (i pistoleri alla Clint Eastwood, il prigioniero da scortare, l’assalto al treno, il duello, ecc..), e moderno, perché aggiunge maggior profondità, realismo e anche riflessione.

Due uomini votati l’un l’altro? Sì, ma uno vede una donna, s’innamora, e vuole stare con lei nonostante tutto; l’altro se ne andrà, perché vede che dovrà proseguire nella vita senza il proprio compagno. Possono andare avanti tutto il film a fare i duri? No, fanno anche un pochetto gli stronzi, le battute sono taglienti e divertenti. Il cattivo che ha una nuova chance, fa ancora il cretino? No, si redime leggermente, e fa affari più onesti. Sì, insomma, è bello vedere personaggi non prigionieri di un qualche cavolo di ideale per tappare i buchi di sceneggiatura: coerenti e coi piedi per terra.

Renée Zellweger con due guance da spararle, un personaggio che ho trovato un po’ viscido… Jeremy Irons ha la faccia da spregiudicato cattivo, mentre i maturi Ed Harris e Viggo Mortensen sono molto convincenti nell’essere quei silenziosi “portatori di pace”.

Una pellicola che parte decisamente bene, ma ha venti minuti di troppo: troppo lunghi, troppo lenti, troppa noia.

Peccato, però se potessi lo riguarderei ancora.

Ma solo il primo tempo.

A History of Violence è esattamente cioè che propone con il suo titolo: una storia di violenza. Non solo story però, ma direttamente history, cioè impermeata nella società. Violenza nei sicari, violenza a scuola, e violenza nel sesso.

La cosa terribile è che nel film il momento in cui funziona meno è proprio il “violento” (con le virgolette) finale: ai limiti del ridicolo, e con le frasi di Hurt che non levano comunque la situazione dall’impiccio (ma battute simili funzionano eccome in In Bruges, tanto per citare l’ultimo).

La figura carismatica di Ed Harris (che attendo di vedere con l’eccezionale Viggo in Appaloosa, ma per ora i film di provincia lo evitano a favore di Beverly Hills Chiuhauha, bleah) muore subito. Pensavo fosse l’antagonista con quale duellare a morte, e invece subito, PAM! Allora spero che l’ambiguità sul passato di Tom/Joey prosegua ancora un po’, ma invece no, due secondi dopo confessa tutto.

E ora che si fa? Si attende. Che Joey ammazzi i cattivi, e che la moglie e la famiglia accettino il nuovo Tom.

Per la cronaca, ora che l’ho visto ho capito come mai in La promessa dell’assassino c’erano così poche sparatorie… Cronenberg aveva finito i proiettili!

La promessa dell’assassino è duro da digerire. Ti lascia addosso un senso di angoscia, di schifo e di impotenza.

Naomi Watts ricerca i parenti a cui affidare la figlia di una quattordicenne morta, probabilmente invischiata in prostutizione e mafia russa. Certo che quando vedi in che schifo di situazione si potrebbe cacciare, devi iniziare a domandarti se è il caso di proseguire o meno, per il bene della piccola dico.

La trama è sostanzialmente quella, ed il tempo e le situazioni sono realistiche. Il pestaggio nella doccia è crudo, e non ci sono le scazzottate hollywoodiane. Ecco, se nella realtà mi trovassi in una doccia e cercassi di seccare uno come Nicolai, le prenderei esattamente nella stessa maniera!

E se nella memoria collettiva rimarrà la scena cult col corpo tatuato di Mortensen, forse è più indicata quella in cui lui siede al tavolo del ristorante. Potente, ma solo. Emblema di un noir che non parla solo di omicidi e intrecci, insomma.

Oh, naturalmente si parla di Eastern Promises, le promesse da marinaio fatte alle ragazze dell’est: di assassini il film è pieno, ma nessuno che prometta nulla. Ah, potenza dei distributori italiani…

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