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A Baricco piace uscire dal “suo territorio”. Oltre ai romanzi infatti, ci prova con adattamenti dei classici (Omero, Iliade), opere teatrali (Novecento), trattati sociologici (I barbari), con l’insegnamento (la Scuola Holden) ed anche passando dietro la macchina da presa. Lezione 21 è un film, un documentario, una pièce, un’opera musicale, dagli effetti stranianti e surreali.

“Un gruppo di studenti che racconta la storia di un loro professore che per raccontare la sopravvalutazione della Nona Sinfonia racconta gli ultimi (folli) istanti di vita di un altro professore dell’Ottocento a cui, a sua volta, viene raccontata la vera storia di Beethoven”. Buffo, neh?

Ed altrettanto incasinato. A volte non si ha l’impressione di cogliere un disegno comune, piuttosto un accostamento, una costruzione comunque più letteraria che cinematografica, ma che su carta di certo non funzionerebbe altrattanto bene. Visivamente è ottimo, colorato, con belle immagini ed inquadrature che riflettono un’ottimo stile visivo; oltre ad un buon occhio, Baricco dimostra anche orecchio, con coerente scelta di brani, ed una buona sincronizzazione con le dinamiche delle scene.

Per lo spettatore è però una mezza fatica seguire lo svolgersi della vicenda. Finchè la si legge, si può anche tornare indietro e capire; ma se è un film, tocca aspettare la scena successiva per vedere dove cavolo il regista vuol andare a parare.

Dai, sette più di incoraggiamento, e non se ne parli più.

Quale può essere il target di Alla ricerca dell’isola di Nim? Per single? Per nerd? Per ragazzine? No, è per famiglie, partiamo da questo presupposto. E allora, che nessuno osi anche solo pensare di criticare questo film.

Visivamente è eccezionale, con effetti fumettosi e coloratissimi (es. i magnifici titoli di testa), e soprattutto ambienti paradisiaci. Per quanto riguarda la recitazione, è nella norma, con molta enfasi data dai media alla presenza di Jodie Foster in un film per ragazzi (mah, è un’attrice, mica vorrà sempre fare i thriller, no?). Idem per Gerard Butler, che per un attimo però si ricorda di essere Leonida, e urla al cielo incazzatissimo! La trama è un po’ prevedibile, ma risulta altrettanto godibile. E gli esilaranti dialoghi tra Alex Rover e Alexandra Rover funzionano benissimo.

Ma i sentimenti, signori miei, i sentimenti, dove li mettiamo?

Questa è una favola: è allegra, è divertente, e fa ridere; alla fine poi TAC, la morale, la salvaguardia della natura, il rapporto e la complicità con gli animali, il desiderio di amore e felicità, la vittoria sulle proprie paure…

Film per famiglie capolavoro al 100%. E per chiunque altro abbia voglia di sedersi sul divano.

Ah, la commedia inglese. La divertente commedia inglese. La brillante commedia inglese. La commedia inglese con quell’umorismo così… brit! Carino, leggero, consigliato. Amore e altri disastri uguale Love actually che si scontra con Fuori menù. E fortunatamente hanno preso il meglio dei due.

A parte Brittany Murphy, che interpreta una scema, ma così scema, che mi chiedo come il suo partner ci provi con lei. E con quale criterio poi il suo personaggio si sia quadagnato la locandina in solitaria, quando la vicenda, se non corale, ha almeno due protagonisti. Mah…

Complimenti poi al finale: si esigeva l’happy end, e meglio di così non si poteva. Approvato.

Fuori menù vuol far ridere, e ci riesce.

Commedia stereotipata e prevedibile, inizia con un pessimo montaggio alternato (lui in cucina che si esalta per la possibile stella Michelin, la moglie e i figli nella stanza d’ospedale), e termina col il classico lieto fine, riconciliazione  e famiglia felice.

Il protagonista che cresce moralmente e responsibilmente, il sensibile che esce alla luce del sole, la passionale che ha valori, lo sballato che cerca di mostrarsi degno di fiducia… Personaggi ideal-tipici, e un sviluppo degli eventi un pò scontato, non sono assolutamente punti a sfavore di un film che, lo ripeto, svolge egregiamente il suo compito: senza grosse pretese, fa ridere e divertire. Buono.

A volte uno si chiede che cos’abbia in testa l’Academy. Vabbè che so’ ragazzi, ma ignorare completamente Gran Torino è una follia.

Se il giudizio su un film si basasse esclusivamente sulla trama, potrei forse capirlo; in effetti, il vecchio burbero che sotto sotto è un tenerone, e lo dimostra con gesto eroico, non è certo originalità allo stato puro.

Ciò che rende il film interessante è proprio la regia e gli attori: Eastwood ci regala un personaggio forte e carismatico, la cui storia è raccontata con verosimiglianza, fascino e un forte ritmo.

Un vecchietto nella periferia statunitense, vedovo, razzista e pure stronzo. Ma quando esci dalla sala, lo adori.

Tratto dal romanzo A voce alta di Bernhard Schlink, The Reader è un film ambientato nella Germania post-guerra, ma non si focalizza sull’Olocausto, se non come sfondo, proponendosi invece come un romanzo di formazione. Un po’ fiacco, un po’ lento, un po’ supericiale.

Ralph Fiennes è solo una comparsa, come pure il ragazzino. Lo sviluppo è terribilmente lento, mentre la scena è tutta per Kate Winslet, soprattuto perché si sa già come va a finire il film, ed è il suo personaggio a suscitare tutto l’interesse dello spettatore (penso).

Purtroppo, checché nei trailer dicano “cosa nasconderà il suo passato?“, dagli stessi trailer e servizi giornalistici, (un po’ come per Sette anime), chiunque vada al cinema è consapevole della sostanza del film (che la ninfomane-letterata Hannah è in realtà una nazista), e quindi metà della sorpresa è già bell’andata. Resta solo la curiosità di conoscerne la forma (come si comporta una donna apparentemente normale, che è in realtà è stata una ex-sorvegliante delle SS?).

La Winslet ha vinto l’Oscar per questa sua interpretazione, ma l’ho vista molto più in forma in Revolutionary Road. Probabilmente è colpa del personaggio, là molto più emotivo, qua un po’ più freddo, quasi ottuso, vedi l’interrogatorio durante il processo, hai l’impressione che sia proprio una zombi, dai…

Adoro la letteratura per ragazzi, e di conseguenza spero sempre in adattamenti per lo meno non-indecenti, che ti facciano venire voglia di approfondire il discorso, magari leggendo il libro originale. Ember ci è riuscito.

Non è La bussola d’oro, non è neanche Harry Potter, però Jeanne Duprau scrive una storia cupa ma altrettanto forte, e Gil Kenan la traduce in una città che ricorda Midgar di Final Fantasy VII, o l’incubo di Waterworld. Cos’è successo alla civiltà umana per nascondersi laggiù? Perchè ci sono insetti e animali così grossi? Com’è la vita sotterranea di quella povera gente? Chi sono i protagonisti, da dove vengono, cosa faranno una volta fuori?

A tutte le domande qua sopra non viene data una risposta precisa (perfetto..), la trama è in generale un susseguirsi di eventi e di scene che rendono bene lo sviluppo dell’intreccio e la fuga dei protagonisti. Godibile, accattivante, sì, mi è piaciuto.

Un apprezzamento infine al ruolo del padre Tim Robbins, decisamente meno a quello del sindaco Bill Murray (che però si agita un po’ di più del solito, almeno), e dico, alla ragazzina, ma comecavolofai a fidarti di uno con la faccia di Toby Jones?!?

Piesse: spesi 55 milioni di dollari, incassati 17. Non ci sarà nessun sequel, non avrò alcuna risposta alla mie curiosità. Facciamo finta che sia una sottile tecnica di marketing per far andare a comprare il libro, và…

(Premesso: c’è un “ma”, e arriva neanche troppo lontano)

Mamma mia! è un film allegro e divertente, condito da ottima musica e personaggi simpatici e carismatici.

Ma: è esattamente ciò che vedi nel trailer, la commedia che ti aspetti, non ci sono sorprese. La regista traspone fedelmente il musical in film e non osa più di tanto, o meglio, osa una sola volta, sul kitsch finale di Waterloo. Per il resto piatto, banale e prevedibile. Con anche un paio di canzoni che esulano dalla trama principale e non portano a nulla (sottotrame N.P.), messe lì giusto per far ascoltare la canzone e far agitare i protagonisti. E Pierce Brosnan poi… oh, Pierce… proprio non ce la faccio a definirti una buona ugola…

Perfetto per una seratina tra amici insomma: patatine e chiacchiere sul divano davanti allo schermo.

Che perfetto biopic! Che bel personaggio! Sean Penn è profondo, ed il film ruota tutto attorno a lui.

Grande storia di emancipazione e di guadagno di diritti civili per gli omossessuali, grande protagonista, grande cast di contorno. Grande. Eccezionale non so, ma grande di sicuro.

Storia veritiera? Boh… Si sa, Milk è la classica biografia made in hollywood. Detto tutto, quindi.

Revolutionary Road è una solida analisi di una crisi coniugale. Solido nella ricostruzione degli ambienti e dei costumi degli anni ’50, solido negli interpreti, solido nel raccontare conformismo e desideri irrealizzati. Come non essere quasi complici nella sequenza al rientro in casa dei vicini, dopo aver raccontato loro i progetti europei, quando i due ridono dicendo <<Hai visto che facce!!>>?

Le interpretazioni degli attori sono state ultra celebrate. Se lo meritano? Beh, sì, cavolo. Al massimo si può discutere sui personaggi: Kate Winslet è insoddisfatta, cosa spera di trovare a Parigi, “l’America” (scusate il gioco di parole)? Si può pensare che il problema non sia solo quello, come poi dimostra quando dice dello “sbaglio” del primo figlio. DiCaprio, con quella faccia da immaturo che ti ritrovi, il tuo personaggio non poteva semplicemente dire che si accontentava del “vuoto disperato”, e che gli andava bene il sorrisetto e il benpensare di tutti? Perché prima è felice di andarsene, e poi ci ripensa? Ed infine Shannon, al quale Mendes (o Yates, l’autore del romanzo) decide di affidare “la voce della verità”, un po’ artificioso, insomma.

Nel complesso, una spanna sopra molti altri drammi visti al cinema, di sicuro, ed obiettivamente la Winslet giganteggia (a 33 anni ha già mille nomination algli Oscar, incredibile!). Io frequento poco questo genere, quindi mi fermo qui nei complimenti.

Deja-vu: <<E così adesso mamma è papà prendono una nave e attraversano l’oceano>>… Mhh… brivido!

Australia è un drammone d’altri tempi. E forse è proprio in altri tempi che avrebbe funzionato.

Visivamente, bei colori, begli scenari, bel digitale, belle riprese. Ti rendi conto dove è finito il budget da kolossal. Non certo negli attori, perché sono sagome stereotipate dei divi che furono, vedi il cattivo Wenham (il potere logora, neh Faramir?) , la protagonista Kidman (in quanto sei passata da snob a mandriana, otto secondi?) e Hugh “ho-solo-due-espressioni” Jackman (con la barba, senza la barba). Indovinate chi si salva? Ovvio, il ragazzino coi poteri ESP, Brandon Walters.

Ma concentriamoci sul focus dell’opera. In Australia ci sono due film: il primo diretto da Baz Luhrman, il secondo da Baz Luhrmann lobotomitizzato.

C’è un wester divertente, una commedia in mezzo al deserto,  quasi uno Scappo dalla città. All’ora e un quarto la storia è finita, ecco un finale da c’era una volta. Non granchè, ma potrebbe bastare. Poi eccolo. Il gemello cattivo di Baz prende controllo della troupe e dice: <<Siamo in Australia nel’40, tra poco i giapponesi ci attaccano, perché non far vedere i protagonisti alle prese con ‘sto disastro?>>. E nonostante le proteste (suppongo) di tutti, ecco un nuovo film. Triste e con la famiglia che si perde e poi si riunisce. E fino all’ultimo ti dici “Basta!”, “Ora ferma qua!”, “Ok, sto piangendo, è sufficiente adesso?!?”.

Grazie al cielo poi ti accontenta!

Appaloosa è un gran wester moderno. Western, perché riprende tutti gli elementi classici del genere (i pistoleri alla Clint Eastwood, il prigioniero da scortare, l’assalto al treno, il duello, ecc..), e moderno, perché aggiunge maggior profondità, realismo e anche riflessione.

Due uomini votati l’un l’altro? Sì, ma uno vede una donna, s’innamora, e vuole stare con lei nonostante tutto; l’altro se ne andrà, perché vede che dovrà proseguire nella vita senza il proprio compagno. Possono andare avanti tutto il film a fare i duri? No, fanno anche un pochetto gli stronzi, le battute sono taglienti e divertenti. Il cattivo che ha una nuova chance, fa ancora il cretino? No, si redime leggermente, e fa affari più onesti. Sì, insomma, è bello vedere personaggi non prigionieri di un qualche cavolo di ideale per tappare i buchi di sceneggiatura: coerenti e coi piedi per terra.

Renée Zellweger con due guance da spararle, un personaggio che ho trovato un po’ viscido… Jeremy Irons ha la faccia da spregiudicato cattivo, mentre i maturi Ed Harris e Viggo Mortensen sono molto convincenti nell’essere quei silenziosi “portatori di pace”.

Una pellicola che parte decisamente bene, ma ha venti minuti di troppo: troppo lunghi, troppo lenti, troppa noia.

Peccato, però se potessi lo riguarderei ancora.

Ma solo il primo tempo.

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