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Se c’è Barry Sonnenfeld dietro la macchina da presa, che film immaginate verrà fuori? La risposta è… non si sa. Ha fatto Get Shorty… ma anche Wild Wild WestBig Trouble – Una valigia piena di guai è una boiata che sta a metà. La storia non è assolutamente ricercata, un’accozzaglia di situazioni e personaggi che ruotano attorno ad un espediente, una tritarifiuti automa… ehm, una bella bomba atomica.

E sono proprio quei personaggi la forza del film. Grotteschi, stereotipati e superficiali, recitano alla perfezione il macchiettistico ruolo a cui sono assegnati. E grazie a loro, ai tormentoni e alle gag, si ride. Niente di che, sia chiaro, ma si ride. Volete una bella commedia dove si rida? Questa. Se non si è capito insomma, io ho riso.

Vi copincollo infine il cast tecnico e artistico. Regia di Barry Sonnenfeld, musiche di James Newton Howard, con Tim Allen, Rene Russo, Stanley Tucci, Tom Sizemore, Dennis Farina, Jeanine Garofalo, Patrick Warburton, Jason Lee, Zooey Deschanel, Johnny Knoxville, Omar Epps e Ben Foster.

Ora cercatevi dove li avete già visti, e cos’han combinato nella vita!

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Tratto da una pièce teatrale, la vita nel college di Eton nell’Inghilterra di inizio secolo, in particolare l’omossessualità all’interno di una repressiva struttura scolastica, i piccoli giochi di potere, i compromessi, gli amori e le amicizie.

Gestito con una lentezza che (fortunatamente) non tocca la noia di tutte le traspozioni delle opere teatrali, è invece un dramma che subito suscita empatia per i protagonista, una vicenda delicata e toccante.

L’unica nota stonata è la cornice, il protagonista ormai anziano che ricorda e racconta le vicende: non aggiunge niente alla trama, anzi, fa tornare lo spettatore al rango di spettatore, quando invece, alla fine, avrebbe preferito continuare a partecipare appassionato alla storia.

A Baricco piace uscire dal “suo territorio”. Oltre ai romanzi infatti, ci prova con adattamenti dei classici (Omero, Iliade), opere teatrali (Novecento), trattati sociologici (I barbari), con l’insegnamento (la Scuola Holden) ed anche passando dietro la macchina da presa. Lezione 21 è un film, un documentario, una pièce, un’opera musicale, dagli effetti stranianti e surreali.

“Un gruppo di studenti che racconta la storia di un loro professore che per raccontare la sopravvalutazione della Nona Sinfonia racconta gli ultimi (folli) istanti di vita di un altro professore dell’Ottocento a cui, a sua volta, viene raccontata la vera storia di Beethoven”. Buffo, neh?

Ed altrettanto incasinato. A volte non si ha l’impressione di cogliere un disegno comune, piuttosto un accostamento, una costruzione comunque più letteraria che cinematografica, ma che su carta di certo non funzionerebbe altrattanto bene. Visivamente è ottimo, colorato, con belle immagini ed inquadrature che riflettono un’ottimo stile visivo; oltre ad un buon occhio, Baricco dimostra anche orecchio, con coerente scelta di brani, ed una buona sincronizzazione con le dinamiche delle scene.

Per lo spettatore è però una mezza fatica seguire lo svolgersi della vicenda. Finchè la si legge, si può anche tornare indietro e capire; ma se è un film, tocca aspettare la scena successiva per vedere dove cavolo il regista vuol andare a parare.

Dai, sette più di incoraggiamento, e non se ne parli più.

Quale può essere il target di Alla ricerca dell’isola di Nim? Per single? Per nerd? Per ragazzine? No, è per famiglie, partiamo da questo presupposto. E allora, che nessuno osi anche solo pensare di criticare questo film.

Visivamente è eccezionale, con effetti fumettosi e coloratissimi (es. i magnifici titoli di testa), e soprattutto ambienti paradisiaci. Per quanto riguarda la recitazione, è nella norma, con molta enfasi data dai media alla presenza di Jodie Foster in un film per ragazzi (mah, è un’attrice, mica vorrà sempre fare i thriller, no?). Idem per Gerard Butler, che per un attimo però si ricorda di essere Leonida, e urla al cielo incazzatissimo! La trama è un po’ prevedibile, ma risulta altrettanto godibile. E gli esilaranti dialoghi tra Alex Rover e Alexandra Rover funzionano benissimo.

Ma i sentimenti, signori miei, i sentimenti, dove li mettiamo?

Questa è una favola: è allegra, è divertente, e fa ridere; alla fine poi TAC, la morale, la salvaguardia della natura, il rapporto e la complicità con gli animali, il desiderio di amore e felicità, la vittoria sulle proprie paure…

Film per famiglie capolavoro al 100%. E per chiunque altro abbia voglia di sedersi sul divano.

Ah, la commedia inglese. La divertente commedia inglese. La brillante commedia inglese. La commedia inglese con quell’umorismo così… brit! Carino, leggero, consigliato. Amore e altri disastri uguale Love actually che si scontra con Fuori menù. E fortunatamente hanno preso il meglio dei due.

A parte Brittany Murphy, che interpreta una scema, ma così scema, che mi chiedo come il suo partner ci provi con lei. E con quale criterio poi il suo personaggio si sia quadagnato la locandina in solitaria, quando la vicenda, se non corale, ha almeno due protagonisti. Mah…

Complimenti poi al finale: si esigeva l’happy end, e meglio di così non si poteva. Approvato.

Basta scorrere la filmografia di John Badham per rendersi conto del regista con cui si ha a che fare. Wargames – Giochi di guerra (1983), Corto circuito (1986), Due nel mirino (1991), Insieme per forza (1991) e Minuti contati (1995). Cosa aspettarsi quindi da Sorveglianza… speciale, se non un altro godibile film fine anni ’80, con sparatorie, azione e tanto humor?

Un’accoppiata di poliziotti, complice fin dall’inizio (variazione sullo stile 48 ore o Arma letale, per intenderci) ma che suscita subito simpatia, tra colleghi da sfottere, donzella da salvare, criminali da inseguire, ecc ecc. La parte “leggera” è bilanciata con qualche scena d’azione molto più seria, nel complesso è un buon mix.

Non è un capolavoro, non è cult, non arricchisce lo spirito, ma se adori il genere, non puoi non averlo visto. E dato che hai deciso di guardarlo, tanto vale cuccarsi il seguito, Occhio al testimone!

C’era una volta, nel 2001, L’animale morente, romanzo di Philip Roth; nel 2008 la regista spagnola Isabel Coixet si ritrova a dirigerne la trasposizione, con Ben Kingsley, Penélope Cruz e Dennis Hopper. La intitola Elegy: l’elegia è un tipo di poesia classica, malinconica, con dietro una sfilza di significati letterari che… beh, un titolo fascinoso, ci sta.

Nel 2009 arrivano quelli di 01 Distribution, ed ecco una fedele e top-secret ricostruzione dei fatti:

– Come lo traduciamo, il titolo di ‘sta lagna? – domanda il primo
– Mhhh… – risponde il secondo, che ha già visto il film.
– Non sai se è una lagna, o non sai come tradurlo? – incalza il primo.
– No, una lagna no… sì, in effetti lo è… Comunque, la fotografia è molto valida, è la recitazione che eccessivamente impostata e “teatrale”… Il film è incentrato su di un professore, il tempo per lui che passa, lo scoprirsi innamorato e geloso di una donna di trent’anni più giovane, il lasciarsela scappare, accorgersi che la sua solida indipendenza non gli è servita poi a molto, e poi la solita tragedia finale… – spiega infine.
– Ehi, ehi, aspetta: hai detto “professore”? – chiede un terzo, sbucato dal nulla. – Ma la tipa è poi mica una sua studentessa?
– Beh, sì – tenta di spiegare il secondo. – Lei è un’universitaria, frequenta le sue lezioni, e appena superato l’esame, credo a neanche cinque minuti dall’inizio, i due iniziano a frequentarsi e…
– “Lezioni” hai detto? Ce l’ho ragazzi, ce l’ho! “Lezioni d’amore“! Che ve ne pare?
– Ma veramente “Elegia”  era…
– Grazie, grazie, sei stato preziossimo! Ora scappo, ciao.

L’occasione di narrare le origini di un personaggio già noto è una grossa limitazione: tutti sanno già che fine farà il protagonista. Ma è anche una grossa opportunità: come insegna il buon Alfred Hicthcock, se ti mostro una pistola, prima o poi sparerà, e se ti accorgi della pistola, sarà una goduria attendere il colpo. È così per tutti gli eroi, dallo sfigato Peter Parker all’ossessionato Bruce Wayne. Ma con Jimmy Logan? (Jimmy?!?)

Wolverine è uno “dei buoni”, anche se fondamentalmente ci piace perché è un cinico figlio di puttana (cit.); questo però lo diventa solo dopo i tragici eventi della sua vita. Nel film, il vero Wolverine è presente infatti solo nella scena post-credits. Nel resto della pellicola è Clark Kent. Un uomo con superpoteri (mutante anziché alieno), combatte per gli USA (anche se uno è canadese e l’altro kryptoniano), i loro simili/parenti sono cattivi (Sabretooth, Bizzarro, …) e sono buoni/idioti, sempre pronti a fidarsi del tizio sbagliato (vedi quando segue Stryker…ma sei cretino??). E come se non bastasse, le tre spiritossaggini in croce che il buon Hugh pronuncia, eddiciamoselo, fanno pietà.

Non so quanto ci sia del vero Logan dei fumetti, ma il personaggio che appare nel film è piatto, molto meno interessante del suo io futuro, ma soprattutto non rispecchia le vicissitudini della sua esistenza, tipo:
– avere artigli letali
– perdere il padre
– scoprire che non era quello vero
– uccidere subito anche quello vero
– scoprire di avere un fratello (brutto e cattivo, peraltro)
– combattere decine di guerre
– veder morire amici e conoscenti
ecc… io sarei forse esploso al suo posto!

Questo, unito ad un azione continua, con un certo ritmo sì, ma con situazioni al limite della fisica (chi ha detto Die Hard 4?), mi fanno pensare ad un’occasione sprecata, un classico superhero movie commerciale, nulla più.

Mi spiace non essere un appassionato Marvel: mi sarebbe piaciuto poter cogliere ogni sfumatura e riferimento ai personaggi e alle saghe, quel pizzico di profondità che ci piace a noi fan accaniti.
Sono felice di non essere un appassionato Marvel: non sopporterei di vedere il mio eroe in una trasposizione così piatta.

Fuori menù vuol far ridere, e ci riesce.

Commedia stereotipata e prevedibile, inizia con un pessimo montaggio alternato (lui in cucina che si esalta per la possibile stella Michelin, la moglie e i figli nella stanza d’ospedale), e termina col il classico lieto fine, riconciliazione  e famiglia felice.

Il protagonista che cresce moralmente e responsibilmente, il sensibile che esce alla luce del sole, la passionale che ha valori, lo sballato che cerca di mostrarsi degno di fiducia… Personaggi ideal-tipici, e un sviluppo degli eventi un pò scontato, non sono assolutamente punti a sfavore di un film che, lo ripeto, svolge egregiamente il suo compito: senza grosse pretese, fa ridere e divertire. Buono.

A volte uno si chiede che cos’abbia in testa l’Academy. Vabbè che so’ ragazzi, ma ignorare completamente Gran Torino è una follia.

Se il giudizio su un film si basasse esclusivamente sulla trama, potrei forse capirlo; in effetti, il vecchio burbero che sotto sotto è un tenerone, e lo dimostra con gesto eroico, non è certo originalità allo stato puro.

Ciò che rende il film interessante è proprio la regia e gli attori: Eastwood ci regala un personaggio forte e carismatico, la cui storia è raccontata con verosimiglianza, fascino e un forte ritmo.

Un vecchietto nella periferia statunitense, vedovo, razzista e pure stronzo. Ma quando esci dalla sala, lo adori.

Who Watches the Watchmen? recita un graffito su un muro di New York, nel fumetto e nella campagna promozionale del film. La risposta è No one, a giudicare dagli allarmanti risultati dei box office statunitensi, dove Watchmen ha già perso il 60% nella seconda settimana di programmazione e un altro 60 nella terza (o qualcosa del genere, comunque, ha fatto schifo). Non sarà nè il primo né l’ultimo film che va male, e allora? Beh, allora potrebbe essere una piccolo sassolino che incrinerebbe la possibilità delle major di trarre, dai fumetti, film “seri”, per adulti. Niente più Cavaliere oscuro, insomma. No, tranquilli, Nolan è intoccabile dopo quello che ha fatto, ma Snyder?

Giochino: siete un regista con un budget milionario, e avete materiale per 5 ore di film. Tagliate qua, tagliate là. Poi avete un lampo di genio: dove non ce n’è bisogno, inserite una scena di sesso ridicola, qualche scazzottata con schizzi di sangue e ossa divelte, e brandelli di interiora che pendono dai soffitti. Così facendo, ricevete di sicuro il divieto ai minori di 17 anni (forse già nell’aria, ma quello è il colpo di grazia), e taglierete fuori una buona fetta di pubblico, magari quella che ti salva gli incassi.

Perché? Perché Zack?

Trasporre un opera in film è difficile, e con il fumetto di Alan Moore lo è ancora di più. La serie è divisa in dodici capitoli, con un ritmo proprio, significati propri, allegorie proprie. Ci sono evidenti trame, sottotrame e tematiche. Il tocco del regista è proprio quello di scegliere alcune di queste, e cambiarne il linguaggio (immagini dinamiche + musica). Per la musica non mi esprimo, si inizia alla grande con The Times They Are a-Changin di Bob Dylan, e si termina così, senza colpo ferire, con Desolation Row dei My Chemical Romance. Non hai quell’adrenalina del finale del Cavaliere oscuro (tanto per citarne uno a caso!).

Tanto di cappello al resto, naturalmente, a partire dalle caratterizzazioni dei personaggi, alla starordinaria somiglianza degli attori, e sopratutto i costumi appaiono moderni ma realistici (forse un po’ pacchiani, ma vabbé, sempre di supereroi si parla!). Ma un grosso difetto (oltre agli altri citati) ce l’ha: perchè  così tante parole? Riportare pedissequamente i dialoghi non serve a nulla, vedi la barzelletta di Pagliacci. Ma il punto debole è un’altro.

Concentriamoci sul cambiamento del finale. Niente alieno tentacolare? Ottima trovate, così tutto torna. Ma c’è una diferenza di fondo, l’umanità non è più contro una millenaria minaccia indefinibilie come la possibilità di extraterrestri minacciosi, ma un ex-scienziato onnipotente che (più o meno) conoscono. La civiltà resterà unita per non far arrabbiare Manhattan… sì, ok, ma non è questo lo spirito che corona “appieno” i gesti di Veidt, li corona “in parte”.

Intendiamoci, il film è sopra la media, ma niente capolavoro. Scorre bene, ed è comprensibile ai più, anche senza che si siano prima indottrinati col fumetto. Ed  è proprio all’opera originale, che si deve il successo, ma Snyder l’ha trasposta abbastanza fedelmente. In fondo, fino a ieri si riteneva Watchmen infilmabile. Se lo si avesse voluto riproporre tutto-tutto, sono d’accordo, ma Snyder le soluzioni le ha trovate, creando un buon mix che in fondo è fedele all’opera.

Ma tanto a Moore non piacerà, si sa.

Robert Downey Jr. si conferma l’attore più espressivo della sua generazione. In Charlot vediamo Chaplin da quando crea il mitico personaggio del Vagabondo, Tramp in originale, fino alla cerimonia dell’Oscar alla carriera. Curiosamente, appena ho finito di vedere il film, ho cercato il filmato della consegna quel premio, e vi consiglio di provare quest’esperienza: guardate il film, e giunti ai titoli di coda, guardate il video: emozionante dal punto di vista umano e non solo.

E infatti è triste da dire, ma mi sono emozionato molto (moltissimo) di più quando l’ottuagenario Chaplin fa svolazzare la bombetta in quel video, che in tutto il film. Sì, Downey fa trasparire in maniera eccellente quel personaggio, il mito dietro ai baffetti, ma manca ciò che volevo vedere: il talento oltre il vagabondo. Purtroppo qui si da spazio ad altro, alle origini, al momento in cui raggiunge il successo, e (saltando il semplicistico litigare con Hoover) principalmente al rapporto con le donne della sua vita. Magari per lui è stato vitale, ma a me non interessava. Volevo vedere meglio la parte della vita di Chaplin in cui l’attore dava nuova linfa alla sua carriera, lasciava Charlot e diventava Calvero, Verdoux, Shahdov… e anche la sua voglia di rivalsa, che si catalizzatava in quelle pellicole.

E invece niente.

Ma la colpa è mia, capita: io cercavo una cosa, e il film ne offriva un’altra; naturalmente era un’ottima “altra”, e come poteva non esserla? Downey Jr protagonista, Attemborough alla regia, una cast di eleganti comprimari, tra i quali Kevin Kline, Dan Aykroyd e James Woods. Ah già, dimenticavo un Anthony Hopkins versione paracarro assolutamente inutile, ma facciamo finta di niente che va bene lo stesso.

Ultima  immancabile nota negativa per il doppiaggio italiano: ma come cacchio si fa a dare la voce di Francesco Vairano a Chaplin? L’avete presente, il professor Piton della saga di Harry Potter! Ottimo, anzi fantastico…ma che c’azzezza con Downey Jr.? Proprio perchè la sua è una voce molto particolare, di certo non la si può appioppare a lui, è terribilemente straniante,  ad un personaggio che perdipiù appare prima ventenne e poi novantenne, rendendolo “finto”. Bocciata.

Disclaimer

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